La struttura imprenditoriale delle imprese italiane, come a tutti noto, è fatta principalmente da quelle che sono definite micro/piccole e medie imprese, con prevalenza di quelle appartenenti alla citata prima categoria; il 99% delle imprese italiane sono, infatti, PMI di cui l’85% sono a conduzione familiare e nelle quali un imprenditore su 5 ha più di 65 anni.
Il passaggio generazionale di tali imprese risulta essere quindi una delle prevalenti criticità, che mette in forte stress la struttura dell’intero “sistema Paese” se è vero, come è vero, che importanti studi statistici rilevano che una impresa su 5 dovrà affrontare il passaggio generazionale nei prossimi 5 anni e che:
- circa il 50% delle aziende sopravvive al primo passaggio generazionale;
- circa il 15% delle aziende sopravvive al secondo passaggio generazionale.
Questa evidente criticità è nota al sistema, politico legislativo, che negli ultimi anni ha incentivato i sistemi di passaggio generazionale e, tra questi, la quotazione in borsa quale valido strumento per addivenire a tale scopo e non solo per le motivazioni che si leggono sul sito di Borsa Italiana, la quale si limita a ricordare come, tra i vantaggi della quotazione, ci sia quello di liquidare l’investimento; si legge infatti che “la quotazione offre agli azionisti esistenti la possibilità di liquidare in tutto o in parte l’investimento, agevolando la delicata gestione di eventuali passaggi generazionali”.
Ma non è solo la liquidazione dell’investimento (che, tra l’altro, è eventuale) a rendere attrattivo quale strumento del passaggio generazionale, la quotazione in borsa; con la quotazione si ha una necessaria managerializzazione della conduzione dell’impresa che, unita ad una governance più attenta e strutturata, aiuta l’imprenditore e gli eredi dello stesso nel rendere durevole nel tempo la società stessa.
E questo a prescindere
a) dalla durata della vita dell’imprenditore ma anche, e soprattutto,
b) dalla capacità degli eredi nella conduzione dell’azienda.
Tornando al tema del passaggio generazionale, ed utilizzando quale fonte il CENSIS, troppi sono in Italia i casi in cui il passaggio di un’azienda dall’imprenditore agli eredi genera crisi, con gravi danni per l’impresa, i dipendenti e le comunità.
Al momento, il 50,3% degli imprenditori non ha ancora pensato alla trasmissione agli eredi del proprio patrimonio personale e aziendale.
Di questi, il 32,2% tende a rimandare e il 18,2% non è interessato a cosa accadrà dopo di lui.
Con specifico riferimento al patrimonio aziendale, l’88,3% degli imprenditori non ne ha cominciato il trasferimento agli eredi.
Le principali difficoltà che pensano di incontrare sono:
- per il 36% riuscire a garantire la continuità aziendale,
- per il 32,6% il timore di scontentare qualche erede,
- per il 21,8% individuare il sostituto adatto.
E questo genera l’immobilismo a cui stiamo assistendo in merito; l’Italia rischia di diventare non solo un paese con età media elevata, in assenza di transizione demografica per effetto di denatalità, ma anche un paese con una classe imprenditoriale sempre più “attempata”.
Un’indagine di Unioncamere-InfoCamere, sulla base del Registro delle imprese, ha classificato i 3 milioni di ditte individuali secondo quattro classi di età (18-29 anni, 30-49, 50-69 e da 70 in su) arrivando alla conclusione che il baricentro dell’impresa italiana ormai sta nella classe tra i 50 e i 69 anni.
Si diceva del perché la quotazione può aiutare il passaggio generazionale, iniziando da quanto indicato da Borsa italiana stessa come motivazione ovverosia la possibilità di liquidare la propria partecipazione nella società quotata.
Questo può essere vero, ad esempio, in tema di passaggio generazionale, se tra gli eredi esiste qualcuno che non vuole, non può (o non sa) gestire l’azienda; la liquidazione, in questo caso, può essere parziale ed avvantaggia sia l’erede che vuole continuare ad esercitare l’impresa, magari trovando nuovi capitali, sia l’erede che vuole liquidare anche solo per fare altro.